SITUAZIONE ARTISTICA A VARESE E PROVINCIA NELL’IMMEDIATO DOPOGUERRA

Finita la guerra gli iscritti a quello che fu il Sindacato (artisti fascisti e professionisti della provincia di Varese) si riunì in una sala superiore di un palazzo di Piazza Montegrappa. Eravamo circa una ventina e aperta la seduta l’ex presidente, il pittore Giuseppe Montanari, esordì chiedendo la nomina del nuovo presidente, al che lo scultore Angelo Frattini, segretario molto attivo, disse: «Montanari! Sei sempre stato tu il presidente, rimani al tuo posto…» e tutti accettarono. Dopo una regolare votazione, con qualche voto discorde, lo riconfermarono.

Durante il suo intervento, per il gruppo che doveva procedere nell’operare, aspettando che venissero emanate le nuove disposizioni, disse: «Ho dovuto epurare il pittore gallaratese Ettore Margotti…». Io mi meravigliai di questa dichiarazione, perché conoscendo solo di fama Margotti, non avevo nel periodo della mia partecipazione alle mostre, mai notato la presenza di suoi lavori. (Era un pittore che lavorava in studio, raramente dal vero, con una grande memoria visiva di località varesine e del lago Maggiore che sapeva tradurre con fedeltà, aggiungendo particolari di cascinali e cortili che sembravano dipinti dal vero. Per la sua facilità nel lavoro e per le sue necessità era costretto a mercanteggiare i suoi quadri. Finita la guerra, per la sua aderenza al fascismo era stato ristretto, per più mesi, nelle carceri del Broletto di Gallarate, dove continuava a dipingere e liberato – perché non era effettivamente colpevole di nulla – si trasferì a Roma, dove continuò ad operare per diversi anni fornendo i suoi lavori ad una galleria romana. Sono forse di questo periodo i quadri riproducenti punti caratteristici di Chioggia, che io vidi esposti in una personale a Gallarate e che mi hanno fatto pensare che a Chioggia lui non ci fosse mai stato).

Qualche mormorio ci fu dopo le votazioni, perché il cognome De Bernardi, su qualche scheda, aveva ingenerato confusione tra Domenico De Bernardi di Besozzo, con De Bernardi di Busto Arsizio, ma la seduta si concluse proponendo la continuazione dell’attività secondo le consuetudini (pochi lavori per tutti).

Le mostre sociali avvenivano nella galleria Prevosti in via Del Cairo, in quella di Grossetti di piazza del Podestà e anche nel salone del Palazzo Comunale. Le più numerose, forse, furono da Grossetti, che sfollato da Milano aveva portato una frequenza di visitatori e in certi pomeriggi anche di artisti, ma gli artisti varesini si trovavano al caffè di fronte alla piazza. Innocente Salvini aveva trovato in Grossetti un suo amatore ed aveva un buon numero di dipinti nella galleria. Fra gli altri espositori ricordo Tavernari, ma io abitante a Samarate, e dovendo arrivare a Varese, 25 Km in bicicletta, (non avevo i soldi per il treno), la mia comparsa era rara e rispondevo solo alla convocazione per le mostre. Facevano parte, ma la memoria non è sicura, Montanari, Frattini, De Bernardi Domenico, Waifrom Torresan, Mario Somasca, Bottigelli, De Bernardi da Busto, Giovanni Moroni, Carlo Coquio, Innocente Salvini, Bardelli, Federico Gariboldi, Ada Schalk, la Turri e altri… (che senza forse si ritrovano nel libro scritto da Luigi Piatti, conoscitore di molti artisti varesini).

Il nostro gruppo vivacchiava e dopo la scomparsa di Montanari e di Frattini, molti aderirono all’Associazione degli Artisti Varesini (non so se la denominazione è esatta, però è quella ancora esistente) – (leggi Circolo degli Artisti, n. d. r.) – ed altri aderirono all’attuale Liberi Artisti della Provincia di Varese presso gli Artigiani Varesini, prima sede dell’Associazione. Vivendo fuori Varese, non sempre presenziavo alle riunioni e

la memoria mi può tradire su molti particolari. Certamente ruotavano intorno alla galleria di Grossetti artisti milanesi, qualcuno del gruppo di Corrente, tra cui il critico Raffaele De Grada, Tavernari, Ernesto Treccani cognato di De Grada, ecc.

Molte volte incontravo Egisto Marconi, corniciaio milanese, bravissimo, padre dell’attuale gallerista di Via Tadino (laboratorio del padre), che durante la guerra aveva sfollato la sua bottega di cornici a Novate, dove la domenica alla presenza di amici e artisti milanesi, mostrava i quadri della sua collezione nella piazzetta dl paese, destando la curiosità dei pochi abitanti. Ricordo i grandi quadri di figure di Mario Vellani Marchi.

All’inizio ho parlato del Sindacato degli Artisti, era una necessità, per essere ammessi bisognava venir presentati da due artisti già iscritti e mostrare il titolo di studio ed alcuni lavori giustificanti le capacità. Gli iscritti potevano partecipare ai concorsi pubblici, basta pensare a tutti gli affreschi effettuati dai maggiori nell’imponente tribunale di Milano: Sironi, Funi, Carrà, Semeghini, ecc., e molti altri, che avevano a loro disposizione, praticoni dell’affresco (venivano dai pittori che affrescavano le chiese). Nella nostra provincia ricordo Montanari a Varese, Mario Broggi a Somma Lombardo, Pandolfi a Gallarate (affresco ora distrutto), Funi a Busto Arsizio. Era anche selettiva per le mostre e premi regionali e nazionali, la Biennale di Venezia, Triennale di Milano e Quadriennale di Roma. Mi ricordo particolarmente che ancora studente dell’ISIA dell’ex Villa Reale di Monza, chiedevo a Raffaele De Grada (padre del critico), pittore ed insegnante di copia dal vero, se la notorietà di Pio Semeghini, pittore e insegnante di figura, avesse buone probabilità di partecipare alla Quadriennale romana. Mi rispose: «Bisogna essere raccomandati politicamente…». Non gli fu dato se non un tardivo premio Bergamo. Marino Marini, a cui fotografavo i ritratti (teste) di Tosi, De Pisis e Campigli, alla domanda se avesse avuto piacere ad essere nominato Accademico d’Italia, mi rispose: «Sarebbero tre mila lire al mese…!». Ebbe la nomina Arturo Tosi e come ringraziamento a Rovetta, dove risiedeva, gli bruciarono lo studio.